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Ortofrutta: agricoltori senza giusto reddito

Su 100 euro spesi dal consumatore solo 6 in tasca al produttore. Per riequilibrare la catena del valore, maggiore aggregazione e relazioni innovative “di sistema”, anche con la distribuzione

L’ortofrutta italiana rappresenta il 25,5% della produzione agricola nazionale per un valore di 15 miliardi, interessa una superficie di 1,2 milioni di ettari, coinvolge circa 300 mila aziende e, soprattutto, sta reggendo all’urto della pandemia, nonostante le difficoltà gestionali, con picchi di vendite del +13% registrati durante il lockdown e acquisti sostanzialmente stabili lungo tutto il 2020. Eppure, per gli agricoltori c’è ancora un enorme problema irrisolto nella catena del valore: in Italia, infatti, si stima che, per frutta e ortaggi freschi, su 100 euro spesi dal consumatore, al produttore rimangano in tasca solo tra i 6 e gli 8 euro netti. Ancora meno nel caso dei prodotti trasformati, dove il margine in campo all’imprenditore agricolo è inferiore ai 2 euro. Una questione annosa che va necessariamente affrontata, senza ulteriori indugi, per dare vita a un nuovo “patto di sistema dell’ortofrutta italiana” più equo, moderno, efficiente, e rispondere così alle prossime sfide economiche e ambientali legate al Green Deal europeo che richiedono sempre maggiori standard di sostenibilità.

Questo il messaggio lanciato da Cia-Agricoltori Italiani nel webinar “Il valore nell’ortofrutta, dalla filiera al sistema”, il primo di due appuntamenti dedicati al settore per supportare l’Anno Internazionale della Frutta e della Verdura 2021 promosso dalla FAO. Partenza significativa dalla Romagna, da Cesena, per il ruolo e il valore che l’ortofrutta dell’Emilia-Romagna riveste per il tessuto economico regionale e nazionale e come territorio che esprime esperienze virtuose di appartenenza alla filiera. In specifico riferimento a queste sono intervenute per l’occasione Apofruit, Canova ed Orogel Fresco, oltre agli altri ospiti quali Ismea, Federdistribuzione e Ortofrutta Italia.

“Il settore ortofrutticolo è esposto a rischi enormi, legati agli eventi climatici, come ad esempio le terribili gelate di questi giorni, ma anche alle problematiche fitosanitarie e alla pressione competitiva globaleafferma il presidente di Cia Emilia-Romagna, Cristiano FiniLa ripartizione sbilanciata dei prezzi lungo la filiera rischia di indebolire in maniera irreversibile le aziende agricole, molte delle quali in grande sofferenza”.

La deperibilità, i costi esterni come energia, packaging e trasporti, la complessità delle relazioni tra gli attori, la frammentazione della filiera e la difficoltà ad attuare strategie condivise di sistema, sono tutti fattori che condizionano negativamente l’acquisizione del giusto reddito per i produttori ortofrutticoli. “È tempo di riequilibrare la ripartizione del valoresostiene Finiricordandosi anche degli agricoltori. È necessario sperimentare nuove soluzioni e garantire solidità a tutte le componenti, stimolare processi di aggregazione tra i produttori e costruire relazioni più equilibrate e innovative tra tutti i soggetti del sistema ortofrutticolo, compresa la distribuzione”.

Si tratta di passaggi ben specificati nel corso del webinar dal presidente del GIE Ortofrutta di Cia, Antonio Dosi: “Le strategie attraverso cui la produzione agricola può recuperare o riuscire a trattenere una quota maggiore di valore aggiunto passano per aggregazione, azioni di promozione unitarie, sviluppo dell’economia contrattuale, contrasto alle pratiche commerciali sleali, operatività piena dell’interprofessione”. Inoltre, ha aggiunto Dosi, “è necessario incoraggiare un patto fra gli attori della catena ortofrutticola e collaborare per eliminare inefficienze, aumentare la competitività del settore, ridurre gli squilibri”.

Rafforzare la posizione degli agricoltori e accrescere la competitività del comparto è una sfida importante anche per cogliere la crescente domanda di ortofrutta in tutte le sue molteplici declinazioni, compresa quella di nuovi servizi e informazioni. Il Covid, infatti, ha amplificato l’interesse verso una sana alimentazione, con il 57% degli italiani che consuma frutta e verdura perché “fa bene” alla salute, e il suo consumo è universalmente riconosciuto come parte essenziale di una dieta equilibrata. Con 25 milioni di persone nel Paese obese o in sovrappeso, di cui il 25% bambini e adolescenti, è sempre più importante inserire frutta e verdura nel carrello della spesa, con un occhio sempre più attento alle caratteristiche del processo produttivo per il 55% delle famiglie (origine italiana, tracciabilità, prodotto locale e/o biologico) e alla stagionalità per il 43%.

Un obiettivo in linea con la FAO che, con l’Anno Internazionale della Frutta e della Verdura 2021, vuole da un lato stimolare il consumo di frutta e verdura e, dall’altro, evidenziare come “le catene di valore sostenibili e inclusive possono contribuire ad aumentare la produzione, a migliorare la disponibilità, la salubrità, l’accessibilità economica e la parità di accesso alla frutta e alla verdura, al fine di promuovere la sostenibilità economica, sociale e ambientale”.

Freddo e gelate notturne, agricoltori ancora in ginocchio


La prima ricognizione indica danni ingenti e si teme per le prossime notti

Il brusco crollo delle temperature e le gelate notturne mettono ancora una volta in ginocchio gli agricoltori romagnoli. Una prima ricognizione dei danni causati dal maltempo di questo inizio aprile è stata svolta questa mattina da Cia Romagna fra i propri associati.

“E’ chiaro che ancora è presto per stimare il valore dei danni con precisione  – spiega il presidente Danilo Misirocchi -. Sappiamo già però che sono ingenti, soprattutto in alcuni territori. Le temperature insolitamente basse per il periodo, le coltivazioni bagnate dalla pioggia e una notte umida hanno purtroppo aumentato gli effetti negativi della gelata nella notte scorsa.

E’ stato colpito in maniera più dura il territorio ravennate. Nel forlivese-cesenate ci sono stati danni fino alle zone collinari e in aree tradizionalmente meno esposte, anche se la copertura nuvolosa ha in parte contenuto la gelata. Nel riminese, dove la neve è scesa anche a quote basse, al momento sono registrati danni minori. 

Le colture vittime del gelo sono soprattutto gli alberi da frutto, peschi, albicocchi, ciliegi, susini, in parte meli e peri, kiwi e in alcuni casi sono stati segnalati danni alle viti. Temiamo ora per le prossime notti, visto che le previsioni indicano condizioni che potrebbero portare nuove gelate”.

Videoconferenze per “La Cia incontra gli associati” 29 e 30 marzo, 1 aprile

“La Cia incontra gli associati” torna anche quest’anno: in videoconferenza, date le circostanze di emergenza sanitaria. Sono tre gli appuntamenti che vedono coinvolti tecnici e dirigenti di Cia Romagna. Le videoconferenze avranno inizio alle ore 20.30, il 29 e il 30 marzo e l’1 aprile. Per partecipare è necessaria la prenotazione, scrivendo alla mail cia.romagna@cia.it o telefonando allo 0547 619800.

Molti saranno i temi trattati durante gli incontri. Per citarne alcuni, nel corso delle serate sarà fatto il punto coi soci sull’andamento dei vari comparti del settore, alla luce delle variabili ancora legate alla situazione che stiamo vivendo in merito alla pandemia e anche tenendo presente, ad esempio, i fattori climatici in essere (dagli abbassamenti della temperatura delle notti passate alla situazione idrica). Saranno approfonditi molti temi di attualità: Pac, Next Generation, Green Deal, sostenibilità, Agricoltura 4.0 e sarà presentata anche l’attività politico-sindacale dell’Organizzazione, i vari orientamenti in essere in merito alle tematiche affrontate e, all’interno di questi, come sta operando Cia-Agricoltori Italiani. Fra gli argomenti, saranno approfondite in modo particolare le novità derivanti dal Decreto “Sostegni”; si parlerà di gestione, smaltimento e conferimento rifiuti agricoli con la partecipazione dei dirigenti di Astra, il Consorzio convenzionato con Cia Emilia-Romagna; saranno presentati vari progetti fra i quali quello relativo al primo e-commerce degli agricoltori italiani, realizzato con il sostegno di J.P. Morgan, “dal campo alla tavola”.

L’obiettivo di Cia Romagna, anche con l’appuntamento “La Cia incontra gli associati”, è quello di essere coi soci e vicino ai soci nel quotidiano, coi servizi erogati dall’Organizzazione alle imprese e alle persone e di esserlo ancor di più anche in questo periodo, che sta diventando più lungo di quanto immaginassimo e sperassimo. Con questi incontri, partendo da ciò che l’imprenditore agricolo vive ogni giorno, lo scopo è quello di stimolare il confronto e condividere impegni e questioni che la rappresentanza porta ai vari tavoli di discussione e confronto istituzionali. Le sfide in essere sono tante, difficili, e l’impegno non deve mancare per reagire alle crisi che stiamo attraversando.

(foto d’archivio)

Abbassamenti termici – I prossimi tre giorni saranno molto complicati

“I prossimi tre giorni saranno molto complicati, in quanto sono previsti altri abbassamenti termici notturni, con valori minimi che potranno scendere al di sotto dello zero. I produttori tengono le dita incrociate, è un film già visto. Al momento sembra che la durata dei picchi del crollo delle temperature (-4, -5), soprattutto in pianura e a macchia di leopardo, sia stata breve – spiega Danilo Misirocchi, presidente di Cia Romagna – Si tratta di brinate che su albicocco e susine e pesche precoci qualche influenza negativa potrebbero averla. Devono essere fatte le verifiche in campo e i rilievi”.

“Per fortuna le assicurazioni sono entrate in copertura, meglio di niente. Così come sono attualmente strutturate però non vanno bene. Come Cia Romagna – sottolinea Misirocchi – stiamo portando avanti un confronto per cambiare le regole e chiedere un’impostazione diversa delle coperture assicurative. Poi ci sono i sistemi di difesa attivi, gli impianti antibrina, sui quali anche la Regione Emilia-Romagna ha investito. Questi però sono convenienti solo su alcune colture di pregio”.

La produzione non dovrebbe essere stata compromessa, ma secondo Cia Romagna è difficile che vada tutto bene. Prima di questo ritorno di freddo le condizioni delle drupacee (albicocco, pesco, nettarina, susino) facevano presagire una buona annata. Si dovrà capire anche se queste nottate di freddo avranno consueguenze anche sulle altre colture.

Nell’immagine albicocchi in fiore nelle colline faentine intorno all’11 marzo 2021.

(18 marzo 2021)

No alla riduzione delle rese sui vini generici

“Lo schema di decreto che taglia le rese del vino generico è un controsenso: mette “per legge” i produttori fuori mercatosottolinea Danilo Misirocchi, presidente di Cia – Agricoltori Italiani RomagnaProduttori che in questi anni hanno investito molto per rispettare le scelte politiche regionali in materia e arrivare ad un equilibrio fra costi e ricavi. Sin dall’inizio la Regione Emilia-Romagna non ha condiviso la scelta parlamentare di introdurre la limitazione produttiva e Cia concorda con l’assessore Mammi. Se passano le riduzioni non è più conveniente produrre quest’uva. Non è certo così che si favorisce la ripresa della filiera agroalimentare. Il mercato del vino generico non è in concorrenza con quello Dop e Igp. I consumatori sono diversi e la richiesta per il vino generico c’è: viene venduto tutto. Con la riduzione delle rese si finirà per importare prodotto dall’estero a scapito delle nostre aziende”.

Il commento del Presidente di Cia Romagna, Danilo Misirocchi, ribadisce la posizione di Cia nazionale, fortemente contraria alla bozza di decreto del Ministero uscita lo scorso 26 febbraio sulla riduzione delle rese sui vini generici.

Cia – Agricoltori Italiani mette in evidenza che la riduzione delle rese dei vini generici deve essere stabilita dalle regioni in Conferenza Stato-Regioni, perché impatta in maniera diversa sui territori. La bozza uscita ad inizio febbraio teneva conto di questo principio e andava bene, poi, il 26 febbraio scorso è uscita una nuova bozza, totalmente stravolta, che penalizza la produzione di vini generici. La bozza stabilisce la riduzione da 500 a 300 quintali per ettaro, con possibilità di prevedere una deroga da parte del Ministero per le politiche agricole per riconoscere una resa massima di 400 quintali per ettaro limitatamente ai territori particolarmente vocati a questa tipologia di produzione.

“Nella nostra regione e in Romagna di passi avanti sull’uva per la produzione di vini generici se ne sono fatti tantispiega MisirocchiIn particolare dagli inizi degli anni Duemila ad oggi, abbiamo investito in maniera consistente sugli impianti e sulla filiera per avere un prodotto di qualità che guarda ai consumatori e al mercato. È incomprensibile questa marcia indietro, perché rischia di danneggiare fortemente i produttori locali in un mercato che, anche per effetto della pandemia, sta generando buone performance su vini di largo consumo, senza intaccare minimamente i vini Dop e Igp”.

Concludendo, il presidente di Cia Romagna, Danilo Misirocchi, ribadisce: “I criteri del nuovo decreto devono tenere in considerazione le specificità produttive e commerciali dei vini generici tra i vari territori e, insieme alla Regione Emilia-Romagna, faremo valere questo principio”.

Donne in Campo – attenzione alle aree rurali, alla multifunzionalità, accesso al credito e alla terra

In Romagna, comprendendo le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, anche le aziende agricole femminili soffrono la crisi causata dalla pandemia. Al 31.12.2020 le imprese femminili attive (agricole e non agricole) erano 22.153 e hanno segnato una contrazione media di circa lo 0,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Le imprese agricole femminili attive erano 2.860 e hanno registrato, rispetto allo stesso periodo del 2019, un calo medio di circa il 2,3%.

Le difficoltà legate all’emergenza sanitaria hanno colpito in maniera trasversale tutti i settori e i comparti, ma fra questi ce ne sono alcuni che sono in maggiore sofferenza. “Nel settore agricolo gli agriturismi e le fattorie didattiche sono sicuramente i comparti che stanno attraversando una crisi senza precedenti, insieme alle aziende agricole i cui prodotti servono l’HO.RE.CA. e la ristorazione in generale”. Queste le parole di Stefania Malvolti, coordinatrice Donne in Campo – Cia Romagna. È stata penalizzata anche la vendita diretta in parte a inizio emergenza sanitaria, con la confusione e i divieti che hanno colpito anche i mercati all’aperto, prima vietati poi, anche per l’azione di Cia Romagna, pian piano organizzati e riaperti rispettando le giuste regole per il contenimento della diffusione del virus. “Ci siamo organizzati anche per la vendita online e la consegna a domiciliospiega la Malavoltima questa, almeno per l’esperienza delle nostre zone, ha comportato molto impegno, si viaggia un’intera giornata e si realizza un terzo rispetto alla vendita diretta sul posto. In ogni caso il valore della consegna a domicilio (come di altri multiservizi), soprattutto per le aree interne della collina e della montagna, va oltre il soddisfacimento di un’esigenza di base come il mangiare. In particolare in questo periodo, che sta diventando lungo, fatto di assenze e distanze rappresenta un nutrimento sociale, nel rigoroso rispetto di tutte le norme anti Covid-19, specialmente per le persone che sono sole a prescindere dall’emergenza: è un modo per dire noi ci siamo”.

Come Donne in Campo si chiede al nuovo Governo e al nuovo ministro per le politiche agricole Stefano Patuanelli che l’impegno multifunzionale delle imprese agricole sia premiato e incentivato con risorse ad hoc, perché fornisce ai cittadini e alle comunità un servizio fondamentale. Pensiamo alle fattorie sociali e didattiche, agli agri-asili, agli agriturismi, che offrono conoscenza, inclusione e integrazione, turismo e benessere. Serve rafforzare gli strumenti di accesso al credito e favorire l’accesso alla terra da parte delle donne a tutte le età. Servono investimenti per il miglioramento e lo sviluppo dei servizi sociali e digitali nelle aree rurali; presidi territoriali sociosanitari per una rete di assistenza diffusa, asili, scuole, banda larga diffusa. Elementi che favoriscono la crescita dell’imprenditoria femminile, aiutando le donne nel lavoro di cura e sostegno alla famiglia, per poter strutturare le proprie aziende e creare valore aggiunto per il territorio. Attenzione all’ambiente, alla biodiversità, cura e manutenzione del paesaggio, del benessere animale, è l’impegno che agricoltori e allevatori mettono nel loro lavoro ogni giorno, donne e uomini, consapevoli dei nuovi obiettivi green dell’Unione Europea, consapevoli che in questa regione tanto si è fatto e si sta facendo. Tutto questo volto a rafforzare il sistema produttivo italiano, produrre materiali sostenibili, creare nuova occupazione femminile e giovanile.

Nella tabella seguente una sintesi dei dati sulle imprese agricole femminili attive in Romagna al 31.12.2020 e un confronto con la variazione rispetto alla fine del 2019 (Fonte: Unioncamere, Camera di Commercio di Ravenna, Camera di Commercio della Romagna, rielaborazione Cia Romagna).

In Romagna, comprendendo le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, al 31.12.2020 le imprese femminili attive erano 22.153 e hanno segnato una contrazione media di circa lo 0,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Le imprese agricole femminili attive erano 2.860 e hanno registrato, rispetto allo stesso periodo del 2019, un calo medio di circa il 2,3%. Il totale delle imprese attive (femminili e non, agricole e non) in Romagna era di 104.459 (-0,8% in media rispetto al 2019). Le agricole attive (femminili e non) erano 15.440 (-1,8% in media rispetto al 2019). A livello regionale le agricole femminili attive hanno avuto un calo del -1,9% e a livello nazionale del -1,2%.

Provincia di Ravenna – Le imprese femminili rappresentano il 21,2% del totale delle imprese attive. Le agricole femminili incidono per il 14,2% sulle imprese femminili e per il 15,4% sul totale delle imprese. Erano 1.025 (-1,9% rispetto al 31.12.2019).

Provincia Forlì-Cesena – Le imprese femminili rappresentano il 20,7% del totale delle imprese attive. Le agricole femminili incidono per il 17,4% sulle imprese femminili e per il 20,6% sul totale delle imprese. Erano 1.305 (-2% rispetto al 31.12.2019).

Provincia di Rimini – Le imprese femminili rappresentano il 21,8% del totale delle imprese attive. Le agricole femminili incidono per il 7,1% sulle imprese femminili e per il 21,9% sul totale delle imprese. Erano 530 (-3,1% rispetto al 31.12.2019).

Zona Savignano – Antonio Bonelli responsabile rapporto soci e supporto rappresentanza

Antonio Bonelli, 37 anni, perito agrario, in Cia Romagna dal 2018responsabile del settore zootecnico dell’Organizzazione romagnola – da febbraio 2021 è anche responsabile per il rapporto con i soci e per il supporto alla rappresentanza per la zona di Savignano sul Rubicone. Nell’ambito del settore zootecnico in Cia Romagna si occupa anche delle aziende biologiche, di bandi e di primi insediamenti. Le esperienze precedenti lo hanno visto impegnato sempre nella zootecnia nell’Associazione allevatori, dove per diversi anni si è occupato del controllo di latte e carne, di bovini e ovini, per il miglioramento genetico delle razze. Inoltre, per altre realtà lavorative si è occupato del campionamento relativo a etichettatura e biologico per la filiera della grande distribuzione. Sempre in ambito agricolo, Antonio Bonelli ha alle spalle un’esperienza lavorativa in una cooperativa sociale dedita all’inserimento lavorativo – nel comparto vivaistico – di persone a rischio di esclusione o in condizioni di svantaggio o di disabilità.

Olivicoltura da rilanciare. Il punto nella Direzione di Cia Romagna con Anna Rufolo

Alla Direzione via meet di Cia Romagna, svoltasi nel tardo pomeriggio del 25 febbraio, ha partecipato Anna Rufolo, del dipartimento sviluppo agroalimentare e territorio di Cia Nazionale e presidente del Gruppo di lavoro Copa-Cogeca.

Come di consueto la Direzione, oltre ai lavori ordinari, approfondisce temi specifici ed è stata la volta dell’olivicoltura che, come messo in evidenza da tutti gli interventi, non ha valore solo dal punto di vista produttivo, ma anche da quello paesaggistico e di presidio del territorio, che può salvaguardare e raccontare al pari della vitivinicoltura. Tanti i temi aperti, dalla competitività, alla produzione, alla burocrazia per le certificazioni.

Il presidente Danilo Misirocchi ha inquadrato sinteticamente il comparto nell’area romagnola. L’olivicoltura locale rappresenta nel panorama italiano una piccola parte rispetto alle regioni del Sud, ma c’è con la sua storia e il suo valore. Nel territorio romagnolo, compreso nelle aree delle province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna, è concentrata pressoché la totalità della coltura olivicola regionale: nel 2020 erano circa 3.724 ettari coltivati in Romagna (dei quali circa 3.249 ettari in produzione). Il territorio romagnolo esprime le due Dop regionali “Brisighella” e “Colline di Romagna”. Le aree geografiche di riferimento e più importanti per la coltivazione dell’olivo in Romagna sono le valli dei fiumi Marecchia, Marano e Conca in provincia di Rimini, le valli del Rubicone, del Savio, del Bidente e del Montone in provincia di Forlì-Cesena, le valli del Senio e del Lamone in provincia di Ravenna. Il metodo di produzione biologica è sempre più utilizzato e in incremento anche l’utilizzo di esche e lotta guidata. Gli ettari coltivati a olivo sono 1684 in provincia di Rimini, 1390 a Forlì-Cesena e 650 a Ravenna, per una produzione che si è assestata rispettivamente su 150, 120 e 144 tonnellate di olio nel 2020 (39 tonnellate complessive l’olio Dop).

Anna Rufolo ha presentato una dettagliata fotografia dell’olivicoltura a livello internazionale, europeo e italiano mettendone in evidenza caratteristiche, criticità e punti di forza. Tra l’altro il 12.02.2021 è stato firmato il decreto sui nuovi “programmi di sostegno” al comparto olivicolo-oleario nazionale. I programmi partiranno il 1° aprile e si concluderanno entro il 31 dicembre 2022, potranno contare su una dotazione complessiva pari a 69,2 milioni di euro di cui 34,59 milioni quale contributo comunitario annuale (per approfondire clicca qui ). La Rufolo ha spiegato in merito che almeno il 20% delle risorse sono destinate al miglioramento ambientale (sostenibilità); almeno il 30% al miglioramento della qualità della produzione di olio d’oliva e delle olive da tavola; almeno il 15% al sistema di tracciabilità, alla certificazione e alla tutela della qualità. Fra le azioni da perseguire anche il miglioramento della competitività attraverso la modernizzazione.

È stato poi fatto il punto sulle criticità e sulle opportunità che il comparto presenta e illustrate le proposte di azione della Cia, come sinteticamente riportato di seguito.

Criticità – Della situazione italiana la Rufolo ha messo in evidenza l’eterogeneità delle aziende del comparto e allo stesso tempo l’importanza di tutte, anche di quelle meno strutturate dal punto di vista del mercato ad esempio, perché comunque hanno un grande valore per l’ambiente e il territorio; l’andamento altalenante della produzione (a causa del clima e di problematiche fitosanitarie), che rappresenta una criticità insieme alla frammentazione della struttura produttiva (oltre 820mila aziende per un milione di ettari di superficie) e della struttura di trasformazione (5mila frantoi per una produzione media di olio annua di circa 250mila tonnellate sui 3 milioni di tonnellate mondiali, delle quali oltre 2 milioni sono europee e di queste un milione e seicento spagnole).  Fra le altre criticità la redditività non soddisfacente, la difficoltà a trasmettere al consumatore il rapporto qualità-prezzo del prodotto che trova a scaffale e la mancanza di una visione politica di prospettiva dell’Italia dell’olivicoltura.

Opportunità – Fra le opportunità messe in evidenza dalla Rufolo troviamo: il legame territoriale; la connotazione culturale (si è fatto riferimento all’importanza del progetto dell’olioturismo ora sospeso a causa dell’emergenza sanitaria); i benefici sulla salute; l’elevata biodiversità; l’elevata sostenibilità ambientale; spazi di crescita al consumo globale enormi.

Proposte di azione della Cia per il settore È stato specificato che non c’è una soluzione unica che vada bene per tutti data l’eterogeneità del comparto ed è necessario ricercare strumenti diversi che possano essere di “sostegno” alle diverse tipologie di aziende presenti nel territorio italiano. Cia ritiene non più rinviabile un rilancio dell’olivicoltura italiana, che è presidio territoriale, fonte di reddito per aziende localizzate su quasi tutto il territorio nazionale, fornitura di un alimento a riconosciuto valore nutrizionale. Secondo Cia è urgente lavorare per una olivicoltura competitiva, innovativa e aperta, connessa da un lato al territorio e dall’altra al mercato, puntando su quattro azioni indispensabili: incremento della produzione nazionale, valorizzazione della qualità e salvaguardia del rapporto con i territori; ricerca, innovazione e sviluppo per competitività e sostenibilità; approccio con il mercato: aggregazione, organizzazione della filiera e rapporto con la Gdo; cooperazione con l’area del Mediterraneo.  

Il futuro della politica agricola: opportunità da cogliere e cambiamenti da affrontare

Ha replicato con successo e quasi 900 visualizzazioni il webinar “Il futuro della politica agricola – Dai fondi straordinari del Next Generation EU alla sostenibilità ambientale” organizzato da Cia Romagna lo scorso 18 febbraio. Si sono confrontati sul tema l’assessore all’Agricoltura e agroalimentare, caccia e pesca della Regione Emilia-Romagna, Alessio Mammi, la responsabile Ufficio Bruxelles Cia – Agricoltori Italiani, Alessandra De Santis, il vicepresidente di Cia Emilia-Romagna, Antenore Cervi. I lavori erano presieduti da Danilo Misirocchi, presidente Cia Romagna.

“Condivido molto l’approccio e il punto di vista che Cia rappresenta e sta portando – ha esordito l’assessore Mammi – Mi pare un’impostazione giusta che cerca di fare i conti con la realtà, che non si chiude dentro schemi del passato che non torneranno più, ma è anche molto realista e cerca di guardare al futuro con sano pragmatismo”.

“Ogni fase storica presenta delle opportunità e dei rischi e noi, come sistema istituzionale e come imprese, dobbiamo sapere cogliere le opportunità, ma anche affrontare i cambiamenti che avremo davanti, consapevoli del contesto nel quale ci troviamo. Nei prossimi anni avremo sempre più una competizione globale planetaria molto forte per la produzione e l’approvvigionamento di cibo, e i continenti già stanno muovendosi nel fare accordi commerciali, nel promuovere politiche di carattere espansivo. Gli effetti dei cambiamenti climatici continueranno ad essere sempre più forti, così come avremo a che fare con cambiamenti negli stili di vita e nei consumi”.

“Abbiamo però anche opportunità inedite rispetto al passato, che dobbiamo cogliere come sistema agricolo alimentare italiano ed europeo. Innanzitutto una rinnovata consapevolezza del valore del cibo e dell’agricoltura, che pandemia rimesso al centro del dibattito, così come un altro aspetto sul quale una Regione come la nostra può dire tanto è il fatto che i consumatori saranno sempre più attenti a qualità, tracciabilità, sicurezza alimentare. Siamo davanti a quattro anni almeno in cui ci sarà una ripresa del commercio mondiale soprattutto nell’area occidentale e per noi quindi nuove opportunità che può cogliere anche una regione come la nostra, che ha organizzazione, know how, conoscenza, un sistema agricolo ancora solido e strutturato”.

“Per affrontare le difficoltà, le sfide, i cambiamenti e per valorizzare al massimo le opportunità avremo degli strumenti straordinari anche dal punto di vista economico, che in passato non sempre abbiamo avuto. Da questo punto di vista l‘Europa ha cambiato strada. Dopo la pandemia, questa nuova consapevolezza intorno al valore del cibo e dell’agricoltura che ne è alla base, l’Europa ha cambiato orientamento e nella prospettiva dei prossimi sette anni avremo anche qualche risorsa in più rispetto agli ultimi sette, anche se secondo il settore agricolo e agroalimentare meriterebbe un investimento ancora più forte. A queste risorse del Psr si sommano poi quelle del Recovery fund che il nuovo governo dovrà gestire in tempi molto rapidi. Mi auguro che di questi 209 miliardi una quota maggiore sia per l’agricoltura: oggi ne sono stati individuati solo un miliardo e 800 milioni, che sono insufficienti. Lo chiederò al ministro Patuanelli che ho già contattato nei giorni scorsi appena è stato nominato. Sul Recovery a ottobre come Emilia-Romagna abbiamo mandato al Governo un documento con alcuni suggerimenti su come le risorse potrebbero essere ben impiegate per rispondere adeguatamente alle alle sfide che l’agricoltura avrà nei prossimi anni”.

“Naturalmente il dibattito in corso sulla nuova Pac in Europa è tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Le regioni ancora in questa discussione non sono entrate e stiamo chiedendo da mesi che si inizi a coinvolgerle. Non sopporto l’idea che la Pac sia vista come una cosa che riguarda gli agricoltori o il settore green: la Pac è il documento fondativo dell’Unione Europea e cioè è un documento strategico che determina il ruolo che l’Europa vuole avere nel mondo. La Pac nasce come creazione di un mercato agricolo comune e come strumento con il quale ad aiutare i nostri popoli a essere autonomi e autosufficienti dal punto di vista alimentare e agricolo. Secondo me questo obiettivo deve ancora averlo. Si punta molto forte sul piano della sostenibilità, ma non può abbandonare il suo primario obiettivo, fare in modo che l’Europa sia autosufficiente e un player attivo nel commercio mondiale”.

“La sostenibilità non viene chiesta dall’Europa o da qualche burocrate. E’ una grande domanda del pianeta, di larghe parti dei consumatori. Contrapporre ambiente e agricoltura è l’errore più clamoroso, perché gli agricoltori vivono e lavorano a contatto con l’ambiente, hanno tutto l’interesse oltre che l’esigenza, oltre che la tensione morale, a fare in modo che terreni cui operano siano fertili, le acque siano pulite, utilizzate bene, che le emissioni diminuiscano, che si salvaguardi la biodiversità come elemento di ricchezza, che venga mantenuta la sostanza organica nei terreni”.

“Se c’è una regione in Italia che sul piano sostenibilità ha fatto tantissimo, ha accelerato nell’aumento di più 75 per cento del biologico, sia di imprese che di ettari negli ultimi sette anni. Nel nuovo Psr 2021 2022 continuiamo con le misure agroambientali, con il sostegno al biologico, sia l’insediamento che il mantenimento, faremo un bando sul biologico proprio per aumentare le percentuali. Quindi è una sfida che noi raccogliamo fino in fondo, consapevoli che produttività e sostenibilità devono stare insieme, perché non c’è sostenibilità ambientale se non c’è anche sostenibilità economica e sociale, non c’è impresa capace di produrre meglio e in modo più intelligente se non è capace anche di generare reddito per chi lavora”.

“Sulla nuova Pac ci sono fondamentalmente ancora 3-4 punti aperti sui quali bisogna lavorare molto. Il primo è la governance: le regioni non possono essere tenute fuori dalla governance della nuova Pac. Il piano strategico nazionale: è giusto, discutiamolo, vogliamo dire la nostra, dare dei consigli sulla base anche delle esperienze che le Regioni raccolgono, che non sono tutte uguali. Però noi vorremmo rimanere anche autorità di gestione. Ho visto questo primo anno da assessore che quando sono stati fatti ad esempio dei bandi nazionali da parte del ministero dell’Agricoltura non sempre hanno dato delle risposte molto convincenti, sia in termini dei tempi, sia rispetto al merito. Se dovessi immaginare che tutto il prossimo Psr sia gestito da Roma un po’ mi preoccuperebbe rispetto ai tempi, alla velocità di emanazione dei bandi, alla capacità di essere efficienti. Sugli ecoschemi vorremmo dire la nostra, così come sulla necessità di rivedere anche le procedure della nuova Pac cercando di semplificare anche sistemi di valutazione dei risultati. Servirebbero nuovi Ocm di carattere nazionale capaci anche di rafforzare gli aspetti commerciali in alcuni settori strategici per la nostra regione”.

“Stiamo adesso discutendo come Regioni con le rappresentanze agricole su come destinare i circa 380 milioni che potremmo avere nei prossimi due anni di transizione del Psr 2020-22. Circa la metà andranno a misure che riguardano l’ambiente, il clima, misure agroambientali. Il resto dovremo continuare a investirlo sui giovani e sugli investimenti aziendali, sia singoli che premiando coloro che decidono di collaborare, di mettersi in filiera in modo lungimirante, e nell’aiutare le nostre imprese a essere sempre più capaci di arrivare sui mercati. Per me le risorse del Psr vanno distribuite sulla base di criteri oggettivi e di merito: devono tener conto delle caratteristiche regionali dell’agricoltura, del numero di imprese, anche del numero di occupati. Insieme ad altre 15 regioni italiane abbiamo proposto di rivedere i criteri di riparto del Psr e questa proposta condivisa ha trovato l’opposizione di altre sei regioni, che invece vogliono mantenere i criteri “storici” in modo completo. Su questo cercheremo di impegnarci perché ci consentirebbe di avere maggiori risorse a disposizione delle nostre imprese”.

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